Perché il reporter di Citizen Kane insegue Rosebud

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Muore Charles Foster Kane. La notizia arriva e con essa il mistero. L’uomo che possedeva metà dei giornali americani lasciò una sola, sconcertante parola come suo ultimo respiro. Bocciolo di rosa. Questo è il gancio che trascina un giovane reporter nel labirinto della vita di Kane.

La storia non riguarda solo l’ascesa e la caduta di un magnate dell’editoria. Riguarda il modo in cui la verità viene sepolta sotto strati di ego e ricchezza. Il giornalista non trova le risposte in un unico posto. Cerca tra i frammenti. Parla con la moglie di Kane. Parla con il suo socio in affari. Si siede con il maggiordomo che stava nell’ombra. Ogni intervista fa emergere un altro strato del mito.

Da queste conversazioni emergono flashback. Non scorrono in linea retta. Saltano. Si contraddicono. Sembrano ricordi che cercano di giustificarsi. Vediamo Kane da ragazzo, portato via dalla sua casa innevata per il suo bene, una decisione che lo perseguita. Lo vediamo come un amico d’infanzia, testimone dell’incendio del testamento di sua madre e dell’improvvisa eredità di milioni. Cambiamenti di potere. L’ambizione si trasforma in ossessione.

Il giornalista sta inseguendo un fantasma. Vuole sapere cosa significa “Rosebud” per l’uomo che aveva tutto. È un amore perduto? Un tesoro nascosto? Il codice sorgente di un’anima? Le interviste suggeriscono cose diverse a persone diverse. Per uno era un tiranno. Per un altro, una figura tragica. Per il pubblico era uno spettacolo.

Ma la parola stessa resta sfuggente. È la chiave per una porta che nessuno riesce ad aprire. Il film non ci fornisce una spiegazione precisa. Ci dà la caccia. E in quella caccia, vediamo come un uomo costruisce un impero solo per ritrovarsi completamente solo alla fine. Cosa significa una parola quando la persona che l’ha pronunciata non c’è più? Questa è la vera domanda sospesa nell’aria mentre il giornalista si allontana, ancora in cerca.