I frammenti persistenti del COVID-19 danneggiano le cellule immunitarie, spiegando i sintomi del COVID-19 a lungo termine

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Ricerche recenti rivelano che i resti del virus COVID-19 non si limitano a innescare l’infiammazione nei pazienti con COVID-19 da lungo tempo; distruggono attivamente le cellule immunitarie chiave. Uno studio condotto da oltre 30 autori internazionali dimostra come i frammenti virali, lasciati dopo l’infezione, prendono di mira specifiche cellule immunitarie, spiegando potenzialmente i sintomi persistenti e debilitanti vissuti da milioni di persone.

Frammenti virali come aggressori immunitari

Il bioingegnere Gerard Wong dell’UCLA spiega che questi frammenti si fissano su cellule con strutture di membrana uniche, in particolare quelle “appuntite”, a forma di stella o con sporgenze simili a tentacoli. Ciò include le cellule dendritiche di allarme precoce, che avvisano il corpo delle minacce virali, nonché le cellule T CD8+ e CD4+ responsabili dell’eliminazione delle cellule infette. Questa deplezione di cellule T è già stata notata in ricerche precedenti e viene ora studiata come potenziale marcatore diagnostico.

“I virus fanno tantissime cose che non capiamo”, afferma Wong. “Vogliamo capire cosa ci fa tutta la materia virale rimanente, sia durante che dopo il COVID”.

Il fatto che più tipi di frammenti virali possano attaccare le cellule immunitarie suggerisce perché gli individui con condizioni immunitarie preesistenti potrebbero essere più vulnerabili, anche se altrimenti sani.

Spiegazione dell’impatto più lieve di Omicron

È interessante notare che la variante Omicron, nota per l’elevata trasmissibilità ma generalmente per i sintomi più lievi, si scompone in una gamma più ampia di frammenti proteici all’interno del corpo rispetto ai ceppi precedenti. Yue Zhang, bioingegnere della Westlake University in Cina, spiega che le proteine ​​​​spike di Omicron sono meno capaci di uccidere le cellule immunitarie cruciali. Ciò suggerisce che le infezioni da Omicron possono portare a una deplezione immunitaria meno grave.

Minacce continue e implicazioni per la salute pubblica

Nonostante il calo della percezione pubblica della pandemia, il COVID-19 continua a mietere circa 100.000 vittime ogni anno negli Stati Uniti, e molte altre soffrono di disabilità a lungo termine. Nel 2024, circa 17 milioni di americani convivono con il COVID lungo.

Le conseguenze persistenti di un lungo periodo di COVID rimangono una preoccupazione significativa per la salute pubblica. Studi recenti indicano che il rischio di sviluppare un COVID lungo aumenta con le infezioni ripetute, colpendo sia i bambini che gli adulti. Come ha sollecitato l’anno scorso il pediatra Ravi Jhaveri del Lurie Children’s Hospital di Chicago, la vaccinazione rimane una strategia fondamentale per ridurre le infezioni e, di conseguenza, l’incidenza del COVID a lungo termine.

Questi risultati sottolineano che, anche dopo un’infezione acuta, il COVID-19 lascia residui pericolosi che interrompono il sistema immunitario. Ulteriori ricerche su questi frammenti virali sono essenziali per sviluppare terapie mirate e prevenire complicazioni sanitarie a lungo termine.